L’Essere e il Fare nell’architettura della complessità. Modelli, Metodi, Estetiche.

INTRODUZIONE

Ad oggi l’architettura si trova su più livelli ad affrontare il problema della complessità, vale a dire, come poter essere operativa e al tempo stesso rappresentativa in una realtà in cui minuscole variabili influenzano in maniera sostanziale macroscopici sistemi. Nell’introduzione a “La rete della vita” Fritjof Capra[1] apriva sottolineando che i problemi più seri del nostro tempo sono di ordine sistemico, vale a dire interconnessi e interdipendenti, pertinenti cioè a quella  rete le cui relazioni sono non lineari e in cui ogni alterazione può diventare un anello di retroazione con effetto globale. Grazie all’uso dei calcolatori, e in virtù delle loro capacità di incorporare sotto forma di formulazioni matematiche numerosi comportamenti fisici, è stato gettato un ponte tra la nostra disciplina e l’alveo dei nuovi saperi scientifici che studiano reazioni e controreazioni del mondo in cui siamo immersi. Questa condizione ha permesso di muovere progressivamente la modellazione verso questioni performative e responsive, da strutture statiche a strutture dinamiche che si adattano tempestivamente a eventi anche non statisticamente predeterminati e che tendono quindi ad abbandonare la metodologia del sovradimensionamento verso piuttosto l’ottimizzazione del materiale e della risposta strutturale. Si tratta di un percorso ancora in itinere e che ha ancora strada da percorrere. In particolare Lisa Iwamoto ha sottolineato come esista una separazione tra ciò che gli architetti riescono a immaginare e disegnare e ciò che, pur appartenendo al campo potenziale della realizzabilità, ancora non incarna appieno la “sostanza sperata” del mondo digitale.[2]89dbe00a1ab5bed2ee82ce7c977eb04b È esemplare il caso della Opera House di Toyo Ito la cui complessa topologia progettata al computer come una superficie continua è stata realizzata pezzo per pezzo con speciali cassaforme (diverse zona per zona) e un fitto intreccio di ferri montati a mano da operai specializzati, la cui attenzione e perizia è stata fondamentale per poi procedere all’usuale getto di cemento in opera, secondo quindi una procedura che sembra più vicina all’abilità di un artigiano che non a un sistema digitale. La struttura concepita da Toyo Ito ha avuto i propri natali attraverso processi informatici, ma lo strumento con cui è stata disegnata e lo strumento con cui si è materializzata non sembrano appartenere alla stessa classe logica. I sistemi generativi illustrati nelle tesi di dottorato analizzate, da De Luca prima e dalla Causarano poi, gettano lo sguardo ben oltre, verso un futuro in cui effettivamente la distanza tra concezione, modellazione e costruzione della complessità non avrà cesure. In questo senso si può ricordare quanto scriveva Alan Dean Foster[3] in un testo di culto della fantascienza, quando illustrando i caratteri costruttivi di un relitto di una avanzata nave aliena la descrisse come priva di giunzioni, quasi come fosse un “osso”, non costruito ma generato in un unico pezzo. Questa visione di un apice della tecnica costruttiva sembra oggi trovare riscontro negli esperimenti di  digital fabrication che permettono la realizzazione di volumi a geometria complessa ma, cosa più importante, di far corrispondere pienamente il processo digitale continuo con un sistema di realizzazione in continuità. In questa chiave possiamo riconoscere come i due autori auspichino, seppur su fronti e con toni diversi, una totale aderenza tra intenzioni ed azioni, tra rappresentazione e materializzazione, nella tecnica, nell’estetica e nell’etica.

TESI: De Luca Francesco , Modelli architettonici – dagli strumenti della progettazione alla progettazione degli strumenti. Il modello come strumento progettuale in ambito digitale informatico – tutor: prof. Antonino Saggio

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Interferred Urbanscape. Ideato per Europan 6 (2001). Lo script interpreta il contesto attraverso linee di forza e sistemi perticellari.
La tesi di De Luca prende avvio da una crisi rappresentata dal significato di “modello” in architettura, sviluppandosi con un carattere sperimentale e alternando parti esplicative e sperimentazioni sul software, a confronti con architetture in cui il processo digitale ha avuto un ruolo fondamentale. L’impostazione che segue la tesi come metodologia è quella del trattato per gli aspetti teorici mentre, per descrivere le procedure operative utilizza il modo del manuale fornendo passo a passo agli architetti una guida attuativa per replicare e sviluppare gli strumenti cognitivi descritti. Prende spunto invece dalla modalità dell’atlante di architettura per realizzare schede di progetto precedute da un quadro di presentazione del pensiero di specifici progettisti. La tesi è articolata in tre parti fondamentali che si sviluppano in sei capitoli: modelli della deformazione, modelli dell’informazione, modelli della trasformazione, casi studio, conclusioni. La suddivisione prende il via da un dualismo coniato da Kipnis cui l’autore aggiunge una terza categoria quale avanzamento della disciplina, ovvero l’architettura della trasformazione. Il modello digitale come descritto in questo ambito, non si presta più a essere considerato quale elemento di riferimento imitativo ma piuttosto come un organismo senza forma predeterminata, ovvero un sistema dinamico di relazioni.
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“Terragni Futuro”. Traduzione in script della Casa del Fascio a Como. Modello operativo critico.
Per architettura della deformazione si intende quella che utilizza gli strumenti della geometria booleana e della topologia per indagare potenzialità formali attraverso mezzi informatici. Per modelli dell’informazione, invece, si intendono in particolare quelli parametrici i quali costruiscono veri e propri schemi comportamentali e relazionali dalla forte impostazione scientifica. In questo tipo di approccio entrano in gioco gli elementi prestazionali dell’edificio, che tendono a un isomorfismo con la realtà per mezzo di emulazioni e sensori retroattivi e vengono quindi definiti modelli dell’informazione in quanto la forma non è generata meramente da principi geometrici ma dalle relazioni fra gli elementi costituenti e dallo scambio di informazioni tra essi e l’ambiente. Per modelli di trasformazione l’autore intende la progettazione dello script stesso, vale a dire che il progettista si fa carico di sviluppare gli strumenti informatici e di intessere le logiche sistemiche attraverso cui la forma si può manifestare. Lo scritto poggia sul principio, proposto dal filosofo Manuel De Landa, di processo non-lineare quale risultato di dinamiche complesse e imprevedibili in cui la minima variazione conduce a effetti di vasta scala. Si sposta così il concetto di modello da prodotto finale ad ambiente di lavoro interattivo, la simulazione dei fenomeni è uno dei cardini del nuovo approccio progettuale, secondo il quale i modelli digitali hanno comportamenti molto simili agli oggetti reali senza presentarne i limiti, questa caratteristica ha portato l’autore a definire l’essenza informatica una vera e propria materialità digitale. In altri termini i sistemi digitali hanno permesso di gestire processi di elevata complessità unificando in un legame diretto modellazione e costruzione in quanto sono gestite entrambe nell’unica sostanza dell’informazione. Gli esiti auspicati dall’autore sono di fornire agli architetti una prospettiva sui cambiamenti in atto, che superi la mera questione formale e che produca da un lato il riavvicinamento del mondo progettuale a quello delle scienze e dall’altro di porre il professionista di nuovo in un ruolo centrale nei processi ideativi e costruttivi. In virtù di queste considerazioni in cui gli aspetti generativi e le simulazioni fisiche confluiscono nella forma, l’autore arriva a concludere che sia proprio racchiusa nel cosiddetto Form-Finding (originariamente concepito da Frei Otto) la nuova estetica dell’architettura digitale.

TESI: Causarano Roberta Maria, Sviluppi del pensiero sistemico nell’architettura contemporanea. Il principio di organizzazione/autoorganizzazione nel processo progettuale – tutor: prof. Paola Gregory

Proprio dal problema della forma prende avvio la ricerca della Causarano per la quale questa si sostanzia in azione nello spazio e nel tempo. Un aspetto che sottolinea l’autrice è il ruolo che detiene la tecnica nell’impatto dell’architettura sul mondo, riprendendo dall’affermazione di Wines che quella contemporanea è l’epoca di informatica-ecologia, e arriva a sottolineare che una criticità consiste nel fatto che queste componenti sono spesso considerate separatamente, una in chiave formalista e l’altra in chiave tecnologica ma senza sviluppare una reale integrazione tra i due elementi verso una visione sistemica. Come l’autrice sottolinea, è necessario spostare l’interesse della forma come fatto eminentemente geometrico, ai valori interrelazionali e comunicazionali che essa può incarnare. Abbandonando rigidi schemi e modelli basati su relazioni predeterminate in favore di modelli e metodologie di progettazione dinamici capaci di adattamento alle mutevoli condizioni ambientali, il progettista può attuare una architettura performativa. L’attenzione viene cioè spostata dalla forma finita ai processi di formazione, su dinamiche che coinvolgono le potenzialità di utilizzo attraverso alterazioni spaziali e temporali. La tesi affronta quindi il ruolo del concetto di morfogenesi nell’architettura contemporanea quale sviluppo, fondato sulle idee di Goethe in primis, nel riconoscimento del diagramma non quale generatore di forme ma di un sistema organizzativo. In questo senso, richiamando Gordon Pask, l’autrice assegna al progettista il ruolo non di produttore di forme ma di catalizzatore di un processo evolutivo e autorganizzante. La Causarano riporta due diverse modalità in cui l’architettura contemporanea applica il principio di autorganizzazione: in un primo caso si considera un sistema di informazioni svincolato dalla materia e quindi di processo generativo della forma che si traduce in un prodotto statico, mentre in un secondo caso si tratta di tutti quei complessi architettonici in grado di cambiare in risposta all’ambiente secondo un sistema applicato all’oggetto materiale dotato di capacità mutevoli. In particolare sono interessanti in questa tesi due figure affrontate dall’autrice, Achim Menges e Françoise Roche. Il primo viene considerato emblematico del ruolo della sostenibilità in senso esteso (sociale, economica ed ecologica) come erede della scuola di Frei Otto e per gli studi avanzati suelle caratteristiche dei materiali e delle forme frutto che nascono quale frutto delle relazioni e influenze contingenti, egli quindi opera nella direzione di quella “computazione vivente” descritta da Edgar Morin, la quale supera la condizione in cui la computazione non considera la condizione fisica del commutatore stesso, ponendo in maniera centrale la relazione permanente fra il computatore e il proprio ambiente. Esemplare è il concetto di “Material Computation” che all’architettura tradizionale di materiali presi come componenti inerti o quasi, oppone un uso del materiale in funzione delle sue qualità operative e adattive. Ad esempio la capacità di cambiare forma o dimensione reagendo a condizioni contestuali. Questo approccio suggerisce un atteggiamento progettuale di tipo bottom-up che non sia quindi predeterminato da una volontà univoca e parziale ma dall’emergere di un disegno complessivo di correlazione tra le esigenze di singoli abitanti in un determinato ambiente. Roche invece è illustrato quale connubio totale e circorale tra tecnologia ed ecologia, in cui nessuna delle due discipline può essere definita ancillare rispetto all’altra. Già nei primi lavori illustrati viene sottolineato che le costruzioni non sono poste nell’ambiente ma sono l’ambiente, in un continuum dinamico e mutevole. L’uso degli strumenti digitali è quindi il mezzo per collegare i processi generativi interscalari ibridando sistemi cibernetici, sistemi viventi, sistemi antropici. Il contesto non è concepito quale vuoto su cui costruire ma una volta digitalizzato diviene forma e materia plasmabile. Stabilire attraverso l’architettura  rapporti di condivisione attiva del contesto ambientale e umano, incorporare la processualità  nel progetto attraverso sequenze progettuali aperte sono le parole d’ordine di questo approccio.

Conclusione

Entrambi gli autori scrivono con il preciso intento di stabilire la centralità del progettista nei processi e nelle estetica dell’era digitale, sia fornendo gli strumenti operativi che quelli cognitivi utili a prefigurare e avere controllo di uno sviluppo complesso e sostenibile allo stesso tempo. Il timore che il computer sostituisca il progettista nei processi decisionali fondamentali viene fugato dai due autori seppur con metodi e toni diversi. In un certo senso si ritrova l’eco di quella battaglia iniziata già con l’avvento dei primi programmi di modellazione digitale che indussero la paura di uno spodestamento del soggetto umano, ma che già Bruno Munari nel 1968 liquidava dicendo che credere che un computer possa farsi artista è come credere che altrettanto possa fare una matita. Quello verso cui gli autori indirizzano è piuttosto la maturazione di una concezione a tutto tondo delle nuove professionalità e della nuova estetica ed etica che l’architettura si appresta ad incarnare. [1] CAPRA FRITJOF, La rete della Vita,BUR, Bergamo 2005 [2] IWAMOTO L. (2009), Digital Fabrication, Princeton Architecture Press, Cina [3] Foster A. D. (2004),  Alien, Mondadori

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