RAZIONALE – IRRAZIONALE – RALAZIONALE

Gilles Clement in un’analisi del paesaggio di Vassivière condotta nel 2002 riscontra come un paesaggio a una prima apparenza naturale fosse in realtà frutto dell’azione e del controllo antropico. Aree scure e ruvide (le foreste gestite dall’uomo) si alternano a superfici chiare ben delineate (i pascoli), ma nota anche che:

“Se si smette di guardare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (sarà una dimenticanza del cartografo, una negligenza del politico?) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione sui quali è difficile posare un nome.” [1]

Questi ‘spazi indecisi’ rappresentano una realtà eterogenea e dispersa che proprio per la loro natura di spazio non controllato costituiscono un rifugio per la diversità, di fauna e vegetazione. In un certo qual modo questo paesaggio residuale è il prodotto della organizzazione razionale del territorio. Chiama questa realtà “Terzo paesaggio” prendendo spunto dal pamphlet di Seyes del 1789.

Sebbene gli spazi residuali siano correlati in un ambiente urbano alla densità del tessuto edificato, si può riscontrare che sia in città che negli spazi rurali “il rilievo contribuisce alla diffusione della diversità e dunque del Terzo Paesaggio”.[2]

il Terzo paesaggio è il teatro di un’evoluzione globalmente incostante”[3]; un sistema quale l’isola Derborence all’interno del parco Matisse di Lille, la quale costituendosi come altipiano inaccessibile all’uomo permette che una parte del territorio sia sottratta al controllo e che vi possa crescere una diversità naturale. 

Similmente al Terzo Paesaggio, un’altra realtà risulta quale prodotto della modernizzazione e della razionalizzazione della città ed è il Junkspace descritto da Rem Koolhaas; se la space junk (spazzatura spaziale) è il residuo oramai morto della massima espressione tecnologica umana che da soluzione si sta convertendo in problema, il junkspace (spazio spazzatura) è “ la somma complessiva delle nostre attuali conquiste “, la ricaduta della modernità è al tempo stesso “La sua anarchia è una delle ultime forme tangibili attraverso le quali abbiamo accesso a un’esperienza di libertà.”

Questo spazio di risulta, questa ‘ragnatela senza ragno’ è una realtà emergente che surclassa ogni velleità deterministica, uno spazio da ‘guarda mamma, senza mani!’ che appunto non può essere e non vuole essere ignorato. [...]

È connaturato al Junkspace sostituire un sistema gerarchico con l’accumulo, la composizione con l’addizione è “un nebuloso impero di indistinzione che confonde l’alto e il basso, il pubblico e il privato, il diritto e il ricurvo, il sazio e l’affamato per offrire un ininterrotto patchwork di ciò che è perennemente disarticolato”. [...]

Il Junkspace è un fenomeno culturale, di massa, reso orfano dell’autore, in cui coesistono piacere e religione, esposizione e intimità, vita pubblica e privata.[4]

Stando così le cose si può identificare come il Villaggio Olimpico, quale trionfo di razionalizzazione, non potesse che generare quegli spazi residuali, di dispersione e di disuso che effettivamente si riscontrano nell’area interessata dal progetto “Tevere Cavo”; questa situazione quindi si conforma in una dualità di crisi/opportunità per salvaguardare e valorizzare la diversità e al tempo ricucire gli strappi tra una zona e l’altra del quartiere. In questo senso si può tracciare una strada passo passo verso una soluzione tramite i brani di ‘Architettura e Modernità’ di A. Saggio.

(355)[La] questione ruota su una riconsiderazione dei rapporti architettura-natura perché la nuova società dell’informazione può storicamente riconsiderare i rapporti con la natura e operare con grandi risarcimenti di naturalità gli ambienti urbani ma anche territori devastati di tante parti del pianeta.

La società dell’informazione, combina, sovrappone e intreccia le funzioni che prima erano necessariamente divise. […] Non vi sono più zone predefinite ma un continuo intreccio di usi. Alla consequenzialità della catena di montaggio, si costituiscono così le interconnessioni dinamiche delle reti: alla città dell’if…then, della causa e dell’effetto, della produzione per fasi, quella dell’or…or…or, delle alternative, delle multiple opzioni di vita, di progetto, di etnia.

(363)Come articolare gli spazi della vita in un flusso aperto e dinamico che gli edifici conformano insieme alla natura? Come risolvere un programma sempre variabile inserendovi elementi  di stimolo alla socialità e alla vita delle persone? Come pensare, da subito,  alla crescita futura dell’organismo? Come costruire architettureconsapevoli del clima, della luce, dell’aria, attraverso scelte tecniche strutturalmente legate al progetto?

(377) L’architettura ormai in questa fase non nasce più pura, nuova e sola, ma si incunea, si rammaglia.

(406) il paesaggio cui cercano di dare forma questi nuovi architetti “cresciuti con il computer” nasce attraverso le interconnessioni dinamiche, le interrelazioni, le mutazioni, le geometrie topologiche o parametriche che sono tipiche del mondo elettronico.

(428) La domanda “lo spazio esiste o non esiste” in questo caso ha una risposta chiara. Lo spazio con la vista tradizionale non esisterebbe, ma siccome lo spazio è appunto informazione esso senz’altro esiste ed è assolutamente capace di generare a sua volta altre informazioni.

(440)L’uomo è andato nel cosmo attraverso questo processo analitico, questo dividere, separare, dominare, razionalizzare. Ma poi, dall’alto ha rivisto la terra, ha rivisto il globo e ha capito quasi d’improvviso che la cosa più importante era lo sguardo e la prospettiva nuova [...] come quello di un bambino che vede il mondo per la prima volta per quello che è: un insieme interagente di forme, un insieme dinamico e splendido di vitale, pulsante equilibrio.

La conquista di questo sguardo globale e di questo spirito di mutua influenza e correlazione è probabilmente la migliore strada per considerare (prendendo a prestito le parole di Saarinen)  “le cose nel loro contesto più ampio, una sedia in una stanza, una stanza in una casa, una casa in un ambiente, un ambiente in una città” e ancora di più potremmo ora dire: una città in una sedia in quanto la gerarchia del mondo non è piramidale ma multi-direzionale. [5]

NOTE

1-2-3 Clement, Manifesto del terzo paesaggio, 2005

4 Khoolaas, Junkspace. Per un ripensamento radicale dello spazio urbano, 2006

SAGGIO, Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura, Roma 2007