La dimensione occultata

Se si pone attenzione alla terminologia utilizzata in ambito giudiziario ci si rende subito conto di come il termine “misura” abbia un ruolo centrale, con una rapida ricerca è possibile riscontrare termini come:

1. Misure cautelative

2. Misure interdittive

3. Misure coercitive

4. Misure sanzionatorie

5. Misure precauzionali

6. Misure ostative

7. Misure correttive

8. Misure inibitorie

E questa idea è persino incorporata nella simbologia della giustizia bendata che misura gli atti degli uomini sui piatti di una bilancia verificando pesi e contrappesi per emettere il proprio giudizio.

Seguendo il filo di questo principio Louk Hulsman negli anni settanta condusse un esperimento informatico nel tentativo di verificare quale fosse la correlazione precisa tra reati, leggi e punizioni. Sviluppò un software in cui potevano essere tradotte in regole algoritmiche le leggi in vigore e attraverso di esse un sistema di calcolo della misura punitiva da adottare per ogni reato. Con sua grande sorpresa il software non fu in grado di stabilire in maniera univoca quale punizione attribuire ai differenti reati reali che venivano immessi nel sistema.

Da questo si dimostrò che la giustizia è prevalentemente un fatto ermeneutico in cui il giudice non è affatto un mero attuatore della norma ma è anche colui che effettivamente decide quali pesi e contrappesi vengono posti sulla valutazione dei fatti e delle persone.

Questa considerazione è stata portata ad argomento dagli abolizionisti in merito a una dismisura che sembra investire i sistemi giudiziari, se si osserva infatti il rapporto tra livello sociale e punibilità si nota che questi fattori si rapportano in misura inversamente proporzionale, persone molto povere vengono punite con la punizione carceraria anche per reati minori, persone facoltose sono rimaste in molti casi impunite o punite blandamente per reati che hanno anche ricadute molto profonde.

Una ulteriore dismisura della realtà carceraria riguarda l’affollamento della popolazione detenuta, l’italia in particolare conta un indice di affollamento del 150% rispetto alla capienza nominale ospitabile nelle strutture penitanziarie. Questo dato insieme ad altre ragioni hanno condotto la corte dei diritti umani di Strasburgo a condannare il nostro paese per il reato di tortura nel 2013, non già per un singolo caso ma per l’intero sistema penitenziario. Le implicazioni di sicurezza e vivibilità di un tale sovraffollamento possono essere comprese in relazione alle definizioni della prossemica di Hall.

L’antropologo Edward T. Hall negli sessanta aveva dimostrato che noi non siamo mere entità posizionate in uno spazio ma che conduciamo con noi un nostro proprio spazio che può essere letteralmente misurato e che qualifica il tipo di relazioni attuabili in esso. Hall identificò quattro punti di passaggio che andavano dalla più esterna zona pubblica in cui non abbiamo necessità di conoscere le persone che vi transitano, alla distanza sociale dove avvengono le prime interazioni, alla distanza personale che concediamo alle persone con cui abbiamo maggiore confidenza fino a quella intima che concediamo solo ai nostri affetti più stretti.

  • La zona intima: 20.4-53.4 cm inizia a un palmo dal viso fino alla distanza del braccio
  • La zona personale 53,4-139,7 cm corrisponde alla distanza di due persone che con il braccio steso si toccano le dita, in altri termini il punto limite della tattilità.
  • La zona sociale: 139.7-365.8 cm corrisponde a circa due volte l’altezza della persona, anche indicato come “limite di predominio”, costituisce il punto limite per osservare un potenziale aggressore a figura intera e tenersi a distanza di sicurezza.
  • Zona pubblica: 365.8 cm in poi, a questa distanza è possibile percepire pienamente la figura intera di una persona e leggere dal suo atteggiamento le possibili intenzioni e la prossimità ad altri soggetti.

 

Come riportava un articolo del Fatto Quotidiano in alcuni casi la situazione è tale che le persone in piedi in una cella si trovano a una distanza di circa un metro uno dall’altra nel migliore dei casi.

Ma le nostre carceri non sono basate su questi criteri di misurazione ma piuttosto ancora seguono a diversi livelli l’impronta data dal Panopticon di Bentahm che da macchina spaziale per controllare l’operato dei lavoratori russi prima si è poi evoluta in un sistema carcerario in cui l’essere umano non ha possibilità alcuna di interazione ed è soggetto a continua sorveglianza senza la possibilità di sapere quando egli sia osservato.

Tutte queste condizioni e la totale perdita della misura umana conducono a una realtà talmente compressa che i luoghi dove si dorme, dove si mangia e dove si da sfogo alle funzioni corporali sono lo stesso identico luogo. Una condizione che in virtù della nostra accresciuta sensibilità non permetteremmo nemmeno nella progettazione di uno zoo.

Il fatto che la conformazione di uno spazio così concepito possa indurre un comportamento violento in chi lo abita e lo vive può essere dimostrato tramite l’esperimento di Philip Zimbardo. Nel piano interrato della Stanford University fu riprodotto un sistema di celle il più fedelmente possibile rispondenti all’organizzazione di un carcere reale, furono selezionati dei volontari senza precedenti penali e con profili psicologici normali. I volontari furono divisi casualmente in pseudo guardie e pseudo carcerati. L’esperimento doveva durare nella misura di due settimane ma fu interrotto dopo tre giorni poiché le pseudo guardie avevano iniziato a torturare i carcerati, i quali si erano convinti di essere veri detenuti e che non sarebbero mai più usciti dall’esperimento.

Questo ci rammenta che dobbiamo stare molto attenti al tipo di carcere che reclamiamo per gli altri perché il diritto che neghiamo agli ultimi tra noi è il primo dei diritti che neghiamo a noi stessi. Come ebbe a esprimere in maniera eloquente Robert Bolt nella pies teatrale “Un uomo per tutte le stagioni” in cui l’autore fa pronunciare a Thomas Moore le seguenti parole in un dialogo con il futuro genero.

Roper - date al demonio il beneficio della legge?

More – si, e voi che vorreste fare? Una scorciatoia attraverso la legge per rincorrerlo?

Roper -si sarei disposto ad abbattere tutte le leggi inglesi per fare questo!

More -e quando anche l’ultima legge sarà caduta e il demonio dovesse girarsi contro

di voi, dove vi nascondereste, Roper, una volta abbattute tutte le leggi?

[...] Io concedo anche al demonio la protezione della legge, per la mia stessa

salvezza.