Inside out

Fin dai tempi delle prime grandi città la questione della comunicazione ha dovuto affrontare due problemi fondamentali: la velocità di trasmissione e la persistenza connotativa.

Il primo costituisce un problema di “medium” in qualità di  ‘utensile’, dai messi a cavallo che correvano attraverso i territori dei re fino ai focolai accesi in sequenza sulla muraglia cinese per diffondere l’allarme ai punti strategici di difesa la soluzione tendeva ad azzerare lo spazio-tempo tra mittente e destinatario. Quando Marconi nel 1901 riuscì ad effettuare la prima comunicazione senza fili intercontinentale il problema si poteva dire in buona sostanza risolto.

Il secondo ha a che fare con il “medium” quale ‘strumento’ [0] e alla dimensione umana connessa alla fonte del messaggio; noi oggi sappiamo, grazie a uno studio effettuato da Albert Mehrabian nel 1972, che la comunicazione umana è veicolata per il 55% dal corpo (non verbale), per il 38% dalla voce (paraverbale) , mentre il contenuto (verbale/digitale) solamente per il 7%. [1]

I sistemi telematici riescono a condurre efficacemente e in maniera fedele la nostra voce e le nostre espressioni testuali e ipertestuali ma, nonostante i sistemi video, ancora non riescono a trasferire appieno la fisicità umana che è costituita da una quantità di segnali che non hanno a che fare propriamente con la vista ma piuttosto con la tattilità di cui parla Pallasmaa [2] o con quelle caratteristiche fondanti i principi della prossemica di Edward T. Hall [3].

Internet ha dimostrato di possedere una struttura che consente di superare quella dimensione spaziale e percettiva che Hall chiama “pubblica” e di raggiungere ciò che egli identifica quale “spazio sociale” fino al margine dello “spazio personale”.

Questo è il limite a cui arriva la telematica: azzera lo spazio tempo, porta gli individui uno di fronte all’altro ma qui si ferma, non è un caso che le parole chiave che oggi dominano la rete siano “social” e “privacy” e che ad esse siano legate percezioni allarmate e critiche.

A questo punto ci si può chiedere se l’interfaccia possa essere oltrepassata e con quali implicazioni sui rapporti umani, in altri termini come includere nel messaggio i sottili aspetti connotativi non verbali che costituiscono il grosso della nostra comunicazione.

Grazie al pregevole lavoro di Rizzolatti [4] oggi sappiamo che il meccanismo dell’empatia (i neuroni specchio) consiste letteralmente nel rispecchiare l’altro (i suoi movimenti, le sue espressioni, il suo respiro, i suoi battiti cardiaci) dentro di noi, se si vuole fare il passo finale ed entrare nella “sfera personale” l’information technology deve riuscire a fornire in maniera analogica questo tipo di feedback e portare gli utenti oltre il faccia a faccia, al di là dell’interfaccia. Proiettarsi uno nel mondo interiore dell’altro, tesi a raggiungere quella che Gadamer chiamava la “fusione degli orizzonti” delle molteplici individualità e ritrovare quella dimensione umana che si accusa tanto la società di aver perso proprio a causa della IT.

Questo è il tipo di sfida che l’architettura dovrebbe essere pronta a cogliere, in quanto a tutti gli effetti essa è espressione sensibile dello spirito umano, delle sue aspirazioni e delle sue relazioni, del suo raccontarsi del tempo in maniera analogica e metaforica. La sfida è agire con una logica inside-out, esternare un mondo interiore quale riverberazione di sensibilità ed esperienze molteplici.

 

Note

[0] “Alexandre Koyré scriveva: «Un utensile, ossia qualcosa che – come aveva scorto bene il pensiero antico – prolunga e rinforza l’azione delle nostre membra, dei nostri organi sensibili [è] qualcosa che appartiene al mondo del senso comune. E che non può mai farcelo superare. Questa è invece la funzione propria dello strumento, il quale non è un prolungamento dei sensi, ma nell’accezione più forte e più letterale del termine, incarnazione dello spirito, materializzazione del pensiero» (Études d’his-toire de la pensée philosophique, 1961; trad. it. Dal mondo del pressapoco all’universo della precisione, 1967, p. 101)”

In Saggio, Dopo La rivoluzione digitaleTreccani.it 2010

1] Mehrabian, Albert; Wiener, Morton Decoding of Inconsistent Communications". Journal of Personality and Social Psychology 6, pp. 109–114, 1967.

2] Pallasmaa, Gli occhi della pelle, Milano 2007

3] Hall, the hidden dimension, Garden City, New York 1990

4] Rizzolatti-Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio. Milano 2006