Il gap tra progetto e costruzione

<<Digital practices have the potential to narrow the gap between representation and building, affording a hypothetically seamless connection between design and making. >>[2]

Iwamoto, attraverso anche le parole di Robin Evans sottlinea come esista una sentita separazione tra ciò che gli architetti riescono a immaginare e disegnare e ciò che, pur appartenendo al campo potenziale della realizzabilità, può effettivamente essere sviluppato coerentemente con tale disegno e ancora come gli strumenti del disegno e quelli della realizzazione quasi appartengano o facciano riferimento a epoche diverse.

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E’ esemplare il caso della Opera House di Toyo Ito la cui complessa topologia deve essere realizzata pezzo per pezzo con speciali cassaforme (diverse zona per zona) e un fitto intreccio di ferri montati a mano da operai specializzati la cui attenzione e perizia è fondamentale, completato poi dall’usuale getto di cemento in opera. In questo metodo ci sono ancora delle procedure che sembrano quasi più vicine all’abilità di un artigiano che non a un sistema industrializzato e la componente industrializzata è altresì una versione molto raffinata e complessa di una tecnica che ha le sue radici nei vasi di Joseph Monier della fine dell’ottocento dalla quale si cerca di emanciparsi e superare da diverso tempo.

<<Mass production influenced midcentury ideas of creating surface using formed elements. A fascination with such patterning can be found in the building designs of such well-establiched architects of the 1950s and ’60s as Hans Scharoun and Harrison & Abramovitz, among others. These architects took advantage of industrial production to create highly detailed stamped metal cladding units that could be arrayed across building facades in projects such as the Berliner Philarmonie. [..] Digital fabrication has created new possibilities for conceiving and designing customizable  formwork. It has had this liberating effect mostly because it cost-effectively produces nonstandardized mold making.>>[1]

Non vi è dubbio che una struttura come quella di Toyo Ito sarebbe inconcepibile senza gli attuali mezzi informatici e le pratiche costruttive, ma lo strumento con cui si disegna e lo strumento con cui si materializza il disegno non sembrano appartenere alla stessa classe logica.

Alan Dean Foster nella versione romanzata della sceneggiatura di Alien (1979) specificava i caratteri costruttivi del relitto alieno ritrovato dall’equipaggio della Nostromo descrivendolo come privo di giunzioni, quasi come fosse un “osso”, non costruito ma generato in un unico pezzo. Questa visione di un apice della tecnica costruttiva sembra oggi trovare riscontro negli esperimenti di  digital fabrication che permettono la realizzazione di volumi a geometria complessa come nel caso dello “stone spray robot” qui di seguito illustrato.

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Questo tipo di costruzione è ancora a livello embrionale e legata a realizzazioni di ordine scultoreo, oggetto di design, non ancora architettura ma è un primo avvicinamento tra tecniche industriali – digital design – architettura. Il passo successivo sembra essere l’utilizzo delle nanotecnologie e dei materiali autoaggregativi nei quali l’idea di giunzione e di punti di discontinuità è completamente superata.

[1] IWAMOTO L. , Digital Fabrication, Princeton Architecture Press, Cina (2009)

[2] Ivi