Re: La via dei simboli

Utzon è un architetto interessato all’uomo nelle sue diverse manifestazioni sociali, mai alla imposizione della propria griffe [...] quando deve fare la nuova sala di concerti di Sidney capisce che deve essere il simbolo di un continente. [...] Vi si riconosco gli abitanti, i visitatori, la città, il continente. È un’opera da questo punto di vista monumentale, ma che niente ha a che spartire con gli aspetti propagandistici, retori e bolsi del potere. È un monumento di una collettività che guarda al resto del mondo e che al domani si proietta con slancio.” [1]

Prendendo avvio da queste affermazioni desidero parlare della forza delle sue implicazioni sociali prima ancora che architettoniche. Separandoci dal senso della modernità come progresso focalizzato in una linea storica strutturante un ‘grande racconto’ univoco, ci ritroviamo in un’esplosione del molteplice, del complesso, in una esistenza non deterministica in cui l’esperienza del mondo non è più il luogo di saperi oggettivi ma “il luogo di produzione di sistemi simbolici“[2]. Sono questi sistemi i catalizzatori dei nostri valori attraverso cui ci orientiamo nel caos, l’astrazione che accomuna molteplici sensibilità in una fusione di orizzonti a volte vertiginosa per quanto fortemente inclusiva può essere; se si ragiona sul piano verbale ad esempio, in ciò che rappresenta la sostanza[3] dell’essere in astratto ovverosia i nomi delle cose, questo può divenire ancora più eclatante: è mia esperienza diretta aver assistito a una discussione tra due amici in merito all’amicizia stessa, uno affermando che implicasse la totale trasparenza per difesa dalla grettezza del mondo, l’altro affermando che dovesse contemplare l’omissione e le menzogne a fin di bene per quella stessa identica ragione. Qui si intravede forse il meccanismo per il quale  un simbolo può divenire punto di riferimento per un gruppo composto di individui dagli animi così diversi, “l’elemento simbolico è un valore implicito, tramite tra la realtà conoscibile e quella mistica, invisibile dominio della religione, della filosofia e della magia. Si intende dal piano della consapevolezza a quella dell’inconscio. Si può dire che l’artista, o l’artigiano, è in realtà un mediatore tra il mondo del visibile e quello dell’invisibile“[4]. E’ evidente quindi che è proprio degli astratti (simboli grafici, costruiti o verbali) il potere di portare a sé punti di vista individuali persino diametralmente opposti di persone che attraverso di essi e la loro decodifica conscia e inconscia possono sentirsi appartenenti alla medesima comunità. Non è un caso allora che le architetture che più riescono ad assurgere a simbolo (soprattutto per chi non è addentro alla materia) sono quelle che accolgono la popolazione, luoghi in cui si possano svolgere riti e rituali sia religiosi che laici, seri e ludici, i quali ci restituiscono la nostra dimensione di tribù anche se forse a scala più minuta di quanto vorrebbe l’espressione ‘villaggio globale’. “la vera differenza tra noi e i boscimani sta nel fatto che noi non trasferiamo lo stesso ordine di simboli, sempre più potenti, da un contesto all’altro: la nostra esperienza è frammentata. I nostri rituali creano una continuità di sottomondi, senza relazione tra loro, mentre i loro creano un unico universo, coerente dal punto di vista simbolico“[5].

1) SAGGIO A., La via dei simboliarch’it, 15/12/2000

3) ENCICLOPEDIA TRECCANI, Sostantivo: Lat. substantivus da SUBSTANTIA, sostanza, realtà

2) VATTIMO G., la società trasparente, Milano 1989

4) FRUTIGER A., Segni & Simboli, Roma 1998

5) DOUGLAS M., 1966 in SEGALEN M. Riti e rituali contemporanei, Bologna 2002

 

Appunti ed approfondimenti basate sulle lezioni del corso ITCAAD 2014 prof. Antonino Saggio