L'Information Technology come sfida e come crisi

In cibernetica è noto un fenomeno che prende il nome di "uncanny valley" ovvero "zona perturbante", in particolare indica la reazione che gli esseri umani hanno verso la tecnologia quando comincia ad assomigliare all'umano stesso. Risulta una crescente accettazione fino a un punto in cui la macchina assomiglia all'uomo ma non abbastanza da apparire umana, questo punto corrisponde a una fortissima repulsione da parte delle persone che viene superata solo quando la differenza tra macchina è umano diviene indistinguibile.
Voglio però proporre un'interpretazione estensiva di questo fenomeno relativa alla tecnologia in senso lato e al suo rapporto con la società. I cambiamenti negli strumenti a disposizione dell'umanità inevitabilmente cambiano il modo di percepire il mondo stesso e di interagire con esso, solitamente aumentano le prestazioni operative e questo fornisce una idea di nuove potenzialità che inducono interesse e spesso accettazione; al tempo stesso però aumentano le ondate conservatrici che percepiscono una minaccia e una perdita di valori morali in questi cambiamenti. Si arriva quindi al punto in cui sembra che i tempi diano ragione agli allarmisti e la tecnologia produce il suo più forte effetto repulsivo, questo a mio parere è legato a quel momento in cui si sostituisce alle capacità umane senza però essere sufficientemente umana (anzi a volte risultando disumana) ma la soluzione è lì a portata di mano quando un ulteriore passo in avanti la fa scattare improvvisamente dentro la società attraverso i suoi sogni e le sue aspettative in una versione finalmente vicina al percepire umano, anche se forse è un nuovo percepire. E' noto che quando Galileo descrisse i crateri lunari osservati dettagliatamente attraverso il nuovo strumento del cannocchiale generò una nuova percezione di quel paesaggio, la Luna non era una sfera perfetta maculata ma un luogo aspro con valli e promontori, i suoi detrattori dichiararono che in realtà la luna era coperta di uno strato invisibile che la rendeva liscia come una palla ma Galileo rispose che per la medesima logica loro non potevano constatare che quella invisibile sostanza potesse avere a sua volta invisibili montagne. E' la prova di come lo strumento possa creare avversione a una nuova definizione di mondo.
Di seguito riporto degli estratti del libro del professor Saggio "Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura" per meglio comprendere cosa questo implichi per noi architetti.
 
Edoardo Persico, […] concludendo la sua Profezia dell’architettura, nel 1935 disse: <<Da un secolo la storia dell’arte in Europa non è soltanto una serie di azioni e di reazioni particolari ma un movimento di coscienza collettiva.[…]”Sostanza di cose sperate”>>.
[…] Ora, questa idea che la ricerca architettonica abbia a che vedere con “sostanze”, cioè con situazioni, problemi, necessità, si può legare a una definizione di “modernità” che ha utilità nel contesto di questo lavoro.
[…]
La prima vede la modernità in maniera cronologica. Secondo questa interpretazione al mondo “antico” seguì temporalmente il mondo “moderno” (che alcuni storici fanno cominciare nel 1492, altri nel 1789).
La seconda interpretazione è usata per esempio dalla nuova architettura funzionalista, che in alcuni contesti si autodefiniva moderna […]. In questa accezione era implicitamente contenuto un giudizio di valore, Si intendeva cioè che moderno era positivo e progressivo perché in vario modo rispondente ai tempi e alle necessità della nuova società industriale.
La [terza] definizione sostiene che: <<la Modernità […] fa della crisi un valore, una morale contraddittoria, dice Baudrillard, e suscita un’estetica di rottura>>. […] Questa definizione a me è arrivata in forma orale durante una conversazione con Bruno Zevi. A un certo punto mi disse << la modernità è quella cosa che fa della crisi un valore e suscita un’estetica di rottura>>.
[…]
Contenuti (crisi) ed estetica non si legano così in un processo lineare, come avrebbe voluto il realismo socialista, ma attraverso una metodologia a salti,
[…]
Se da un punto di vista storico, la crisi dei nostri tempi è proprio quella connessa all’avvento del modello economico legato all’informatica e all’enorme numero di persone ormai addette in vario modo alla creazione, trasmissione e formalizzazione dell’informazione. 
[…]
Quali sono allora, molto succintamente, alcune di queste crisi che sono di fronte al passaggio dal mondo industriale a quello informatico e che direzionano la ricerca  di oggi e in qualche modo possono rivelare valori nuovi?
La prima è quella delle cosiddette brown areas, o aree dismesse, che rappresentano un campo fondamentale di opportunità che apre una ricerca basata sulle caratteristiche di vitalità di questi nuovi luoghi contemporanei.
[…]
La seconda crisi ruota sul concetto di “paesaggio”, quale grande paradigma della ricerca architettonica contemporanea che rimette in gioco le relazioni tra architettura e natura.
[…]
Una terza crisi ha a che vedere con il grande ruolo della comunicazione. L’informazione e la comunicazione nella società postindustriale sono gli elementi che determinano il valore.
[…]
Una quarta crisi ha a che vedere con l’emergere di una concezione sistemica di spazio e al progressivo abbandono di una di tipo deterministico.
[…]
E infine la quinta sostanza non trascurabile, che tutte riunisce e rilancia in avanti, è di nuovo quella estetica.
 
SAGGIO, Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura, Roma 2007
 
 
"Il tempo nuovo è una realtà; esiste indipendentemente dal fatto che noi lo accettiamo o lo rifiutiamo. Non è né migliore né peggiore di qualsiasi altro tempo, è semplicemente un dato di fatto ed è in sé indifferente ai valori. Quel che importa non è il 'che cosa' ma unicamente e solo 'il come'". 
-Mies Van Der Rohe, chiudendo il congresso del Werkbund a Vienna nel 1930
 
Appunti ed approfondimenti basate sulle lezioni del corso ITCAAD 2014 prof. Antonino Saggio